Poesia clandestina della Resistenza

Con il titolo "poesie clandestine della Resistenza" si definiscono i testi in versi composti tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1945, nel corso dei venti mesi di guerra civile, da partigiani, spesso anonimi o noti solo con il nome di battaglia. Si tratta di un'ingente messe di scritti, dispersi sulle pagine dei giornali e dei volantini clandestini, talora manoscritti, più spesso dattiloscritti, ciclostilati, a stampa.

Esigenze diverse inducono alla compilazione di un foglio partigiano: la volontà, da parte di comandanti e commissari, di informare combattenti e popolazione delle sorti della guerra civile e mondiale nel caso di periodici ufficiali ("Il Partigiano" della Cichero, "Stella Tricolore", "La Stella Alpina"); al bisogno, comunemente avvertito dai giovani "saliti in montagna", di raccontare la propria esperienza nel caso dei "giornali murali" affissi alle pareti delle sedi di distaccamento. Destinati ad un pubblico più vasto possibile i primi, i secondi alla lettura dei soli compagni, questi fogli mostrano i due volti della scrittura clandestina: quello della propaganda, dell'articolo d'orientamento, del bollettino militare, e quello che intende rappresentare la quotidianità della vita partigiana. Proprio questo secondo insieme di testi conserva intatta la testimonianza, sovente priva di pregio letterario, dei "cantori anonimi di un'epopea collettiva", come li definì Italo Calvino. I partigiani raccontano: in prosa, più spesso in rima, declinando la propria ispirazione secondo una ventaglio di intonazioni che dal satirico sfuma nell'ironico, nell'elegiaco, nell'epico.

Nelle città, in tipografie nascoste in cantine o appartamenti, la stampa di partito continua la sua opera d'informazione tra gli arresti e le condanne; nelle campagne rudimentali macchine tipografiche vengono approntate in cascine e baite perché la voce di autonomi, azionisti, garibaldini, giunga alle borgate grazie all'opera di decine di staffette. Nelle valli di Cuneo, le tipografie della Banda Italia Libera vengono distrutte tre volte, tre volte ricostruite, sempre recuperando in pianura carta e caratteri per i giornali "Giustizia e Libertà", "Quelli della Montagna", "La Grana". In val Trebbia, al Commissario Giovanni Serbandini vengono fatti pervenire, per mano dei contadini di ritorno dal mercato di Piacenza, pacchi di fogli rossi, verdi, gialli sui quali stampare "Il Partigiano". "Leggete e diffondete la stampa clandestina. Pensate che noi non siamo e non saremo mai giornalisti [...] riusciamo a compilare questi poveri fogli con pericoli e fatiche, con un solo scopo: comunicare ad un più grande numero di persone la nostra fiducia nella ricostruzione dell'Italia. Non strappate questo foglio, diffondetelo anche se vi costa rischio: è questo un modo umile ma concreto di partecipare alla Lotta di Liberazione" si legge sulla prima pagina de "La Vallata", organo del CLN di Aosta. La scrittura è espressione di lotta, "perché non si combatte solo con le armi, bensì anche con la penna" afferma una Nota della redazione nel primo numero di "Baita".

Brevi parentesi di relativa pace, le stagioni delle "zone libere", delle "Repubbliche partigiane", si rivelano propizie alla nascita di organi d'informazione. Tuttavia, anche l'approssimarsi dell'inverno impone ai commissari di evitare il pericolo dello scoramento, della disillusione, dello sfaldamento dei gruppi sempre più isolati. Allora, la necessità di "tenere alto il morale delle truppe, di educare e soprattutto rieducare", scrive don Berto sulle pagine de "Il Patriota" nel dicembre 1944, sarà comunemente avvertita.

La presentazione dei testi segue un criterio geografico: l'Italia centro settentrionale si articola infatti in "zone operative", non del tutto coincidenti con i confini delle attuali regioni. Nel Piemonte si distinguono Valsesia, Biellese, Ossola; le valli di Susa e di Lanzo; il Cuneese; le Langhe ed il Monferrato; in Liguria la Prima e la Sesta zona (comprende l'entroterra genovese, l'Alessandrino, l'Oltrepò pavese ed il Piacentino). In Lombardia il movimento partigiano si organizza secondo i confini delle odierne province, come in Emilia, Veneto e Friuli.

Compilati e diffusi alla macchia, i giornali clandestini sono oggi custoditi presso gli Istituti Storici della Resistenza e dell'Età Contemporanea. I fogli qui presentati, in particolare, si trovano presso gli archivi dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia - INSMLI - ("Baita", "Quelli della Montagna", "La Grana", "La Roccia", "Il Partigiano" della Cichero, "Guerriglia", "Il Partigiano" di Reggio Emilia, "Il Ribelle" bresciano, "Carnia libera") e dell'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea "Giorgio Agosti" - ISTORETO - ("Staffetta azzurra", "La Stella Alpina", "Scarpe rotte", "La Raffica", "Il Compagno", "Stella Tricolore", "Voce nostra", "Il Ribelle" della Mingo).

Ogni periodico possiede una fisionomia peculiare, dettata dalle esigenze della propaganda: l'affinità, piuttosto, è da ricercare nell'esperienza di uomini che, noti o anonimi, rivendicando una pericolosa libertà di parola, hanno lasciato in questi scritti l'ultima traccia di sé. Sarebbe vano cercare un valore letterario in questi versi: la Resistenza ha contato tra le proprie fila ben pochi intellettuali, è stata combattuta da giovani, dei quali questi fogli rivelano la preparazione scolastica ed i modelli. Scrivono in versi più che in prosa: forse per la difficoltà di costruire un articolo dalla solida struttura logico-razionale, forse per il fascino esercitato dalla "poesia". La lirica clandestina mostra così le sue fonti: i canti popolari, patrimonio collettivo, le poesie d'autore mandate a memoria sui banchi di scuola (Manzoni, Carducci, Pascoli, i "minori" del Risorgimento), le preghiere e le litanie imparate in chiesa, a catechismo, in famiglia. Nel gran numero di scrittori, molti sono sopravvissuti alle vicende della guerra, altri, come Edmondo Negri "Generale", la cui poesia è pubblicata sulle pagine di "Staffetta azzurra", sono morti prima di poter leggere i propri versi sul giornale di brigata. In ogni caso, questi anonimi autori hanno saputo consegnare ai propri testi, come scrive ancora Calvino, il "nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia, una lezione di forza, non di rassegnazione alla condanna".

Nota al testo

La trascrizione dei testi è stata condotta in base a criteri conservativi. Precedono la presentazione del testo poetico le informazioni ad esso relative: estremi cronologici e fonte. Segue il testo corredato di titolo, corpo della poesia, firma, eventuali note dell'autore. Sono segnalati fenomeni interni al testo quali cancellature, correzioni, aggiunte, sottolineature, parentesi. Gli interventi sono volti a normalizzare gli usi impropri (es. separazione: lonta > l'onta, sunisce > s'unisce; unione: turbi ne > turbine; soto > sotto; geta > getta; lla > la).